Francesco e il sogno che il tumore non è riuscito a fermare.
C’è un momento, nel racconto di Francesco, che vale più di mille descrizioni cliniche di cosa significhi guarire; è quello in cui dice che in pista si sente “molto più libero”, perché guidare un kart è una cosa che riesce a fare benissimo, a prescindere dalle limitazioni lasciate dal tumore alla sua gamba sinistra.
In quella frase, detta senza enfasi, c’è tutto il senso del Progetto Sport e in particolare dell’attività sui Kart della Fondazione Bianca Garavaglia: restituire ai ragazzi che hanno attraversato la malattia oncologica non solo la salute, ma l’identità. Francesco oggi ha appena finito il secondo anno di liceo scientifico. Esce con i compagni di classe, gioca ai videogiochi, e ha un sogno che racconta con il sorriso un po’ incerto di chi sa che è difficile da realizzare: diventare pilota professionista. “Anche se non realizzerò questo sogno un po’ irrealistico”, dice, “voglio comunque trovare un lavoro che mi permetta di seguire le mie passioni, che mi lasci abbastanza tempo libero ma anche libertà economica”.
È il linguaggio di un ragazzo giovane di 16 anni, che immagina il proprio futuro. Ed è esattamente questo che il tumore pediatrico minaccia di portare via: il futuro insieme alla possibilità di pensarsi oltre la malattia, di avere ancora sogni che non riguardano una diagnosi.
Il Progetto Sport della Fondazione Bianca Garavaglia nasce proprio per questo.
Accanto allo sport indoor nelle palestre allestite in Pediatria Oncologica e nel Day Hospital dell’Istituto dei Tumori di Milano, negli anni si sono aggiunte attività outdoor come vela, calcetto, arrampicata sportiva.
E più di recente il karting, che si sta rivelando una delle proposte capaci di accendere il maggiore entusiasmo tra i ragazzi.
Il karting stimola in modo speciale il sistema nervoso centrale e periferico, aiuta lo sviluppo di abilità motorie e coordinative fini e attraverso la competizione costruisce uno spirito di squadra autentico. Soprattutto, regala un’esperienza di normalità attiva e sociale, lontano dall’ospedale, nonostante le terapie.
Grazie alla disponibilità del kartodromo Top Fuel di Vignate, che ospita i ragazzi a titolo gratuito e al contributo di Racing Force SpA, che ha donato tutta l’attrezzatura necessaria per correre in sicurezza, due volte all’anno i piloti della Fondazione scendono in pista. E quando Francesco racconta la sua prima volta, non parla del kart in sé, ma di qualcos’altro:
“Mi aspettavo semplicemente di fare quella mezz’ora di kart, invece sono rimasto sorpreso dall’atmosfera accogliente e dal bel gruppo che Michele e la Fondazione hanno creato”.
Il motore, in fondo, è solo il pretesto. Quello che resta è la comunità che si forma intorno alla pista.
Una comunità che Francesco descrive con la naturalezza di chi la vive ogni volta: in pista c’è competizione, sana, vera, quella che si gioca a viso aperto tra ragazzi che vogliono vincere. Ma appena si scende dal kart, qualcosa cambia: “È come se fossimo un gruppo di amici che parlano della sessione appena finita, ma anche di altre cose”.
Non è un dettaglio secondario. È la prova che il Progetto Kart costruisce legami che durano oltre la pista, oltre l’ospedale, oltre la malattia.
Il momento che Francesco ricorda con più affetto è il primo aperitivo dopo la corsa, quando ha potuto conoscere meglio il gruppo davanti a una merenda condivisa, come prevede ogni appuntamento al kartodromo.
E quando torna a casa, cosa rimane? “Un senso di soddisfazione”, dice Francesco, “ma anche una consapevolezza: sono veramente fortunato a fare parte di questo bellissimo progetto”.
Sono parole importanti, perché la fortuna di cui parla Francesco non è l’assenza della malattia, è la presenza di qualcosa che la malattia non è riuscita a togliergli: la voglia di correre, letteralmente e simbolicamente, verso un futuro che è ancora suo da immaginare.